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Salutati come eroi. Così la popolazione dei loro villaggi natale ha accolto le salme dei responsabili delle stragi di Bali, giustiziati ieri in Indonesia. Il governo, che temeva rappresaglie, aveva rafforzato le misure di sicurezza.

Ali Ghufron, suo fratello Amrozi, Iman Samudra. I tre militanti islamici della Jemaah Islamyah, la maggiore organizzazione terroristica del sud-est asiatico, erano stati ritenuti colpevoli di aver organizzato e partecipato agli attentati. E condannati a morte nel 2003.

Furono 202 le vittime delle autobombe che il 12 ottobre 2002 fecero saltare in aria un caffè e un locale notturno a Bali.

Moltissimi erano turisti, soprattutto australiani. Alcuni sono sopravvissuti, come Erik De Haart, di Sidney: “Non sono un sostenitore della pena di morte, ma credo che in questo caso fosse necessaria. In carcere avevano una vita migliore di quella precedente, erano considerati un simbolo, anche i poliziotti volevano farsi fotografare con loro”.

Brian Deegan padre di una delle vittime: “Sono contrario alla pena capitale, e il fatto che che in questo caso sia in qualche modo legata a me mi ripugna. La morte di quegli individui non mi riporterà mai indietro il mio adorato figlio”.

A Sydney, maggiore città dell’Australia, sono molte le persone che vanno a rendere omaggio al memoriale eretto a ricordo delle vittime delle stragi.

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