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Un settimo della popolazione rwandese sterminata a colpi di machete da gruppi paramilitari. Ma anche da civili Hutu spinti dai soldati ad uccidere i Tutsi e gli Hutu moderati. Il più vasto genocidio dei tempi moderni in Africa fu scatenato dalla morte del presidente rwandese Juvenal Habyarimana, hutu. Il 6 aprile 1994 il suo aereo fu abbattuto da un missile terra-aria. Seguirono massacri e violenze. Le divisioni del Paese erano state create dal sistema coloniale, prima tedesco e poi belga.
Tutsi e Hutu fanno parte dello stesso ceppo etnico e parlano la stessa lingua. I ruandesi furono abbandonati dalla comunità internazionale. I caschi blu dell’Onu andarono via dopo l’uccisione di dieci soldati. Un fallimento ammesso poi dallo stesso Kofi Annan.
Il genocidio terminò col rovesciamento del governo Hutu e della presa del potere, nel luglio del 1994, del Fronte Patriottico Ruandese, formato in gran parte da esiliati Tutsi. Oltre due milioni di civili Hutu si rifugiarono in Burundi Tanzania e Repubblica democratica del Congo. Ad agosto la commissione di inchiesta rwandese ha accusato la Francia di essere al corrente dei preparativi del genocidio.
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