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A Gaza non si parla più di crisi umanitaria. Ormai il termine è catastrofe. Dopo nove giorni di attacchi, dalle agenzie Onu a quelle non governative, arrivano appelli perché gli israeliani permettano l’apertura di corridoi umanitari. Nella striscia manca tutto. È soprattutto il sistema sanitario, già in difficoltà dopo 18 mesi di blocco israeliano a essere collassato. Negli ospedali manca tutto e i feriti, ormai varie migliaia, vengono curati per terra, per mancanza di letti. La corrente va e viene rendendo difficile il lavoro dei chirurghi. I bombardamenti hanno distrutto le infrastrutture, comprese le fogne. Forte il rischio di epidemie. L’acqua potabile è disponibile, a singhiozzo, solo nei centri di raccolta.
“Non c‘è acqua e viviamo sotto assedio. Che Dio e gli altri musulmani ci aiutino”, dice un uomo. “A casa non c‘è niente, né acqua, né elettricità, né gas”, dice un altro. Senza tv e senza telefonini, impossibili da ricaricare la popolazione non sa nulla di quanto accade. E la fame incombe, secondo il programma alimentare mondiale l’80% degli abitanti a Gaza sopravvive solo grazie agli aiuti esterni.
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tags: Israele, Medio Oriente
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