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E’ con una decisione unilaterale che nel settembre del 2005 Israele si ritirava dalla Striscia di Gaza. Più di tre anni dopo, lo Stato ebraico lancia la piu’ vasta offensiva militare mai sferrata contro questa striscia di terra che si affaccia sul Mediterraneo.
L’obiettivo è di fermare una volta per tutte i lanci di missili sul sud di Israele, e soprattutto mettere in ginocchio Hamas, che alle elezioni politiche del 2006 registra un successo travolgente quanto inatteso.
Un successo presto oscurato dalla guerra fratricida che oppone i militanti di Hamas e i sostenitori di Al Fatah, fedeli al presidente Mahmud Abbas. Nel giugno del 2007 le milizie di Hamas sbaragliano le forze vicine ad Abbas e assumono il controllo totale della Striscia di Gaza.
Da quel momento Israele radicalizza le sue posizioni: dichiara la Striscia “entità ostile”, e incrementa l’isolamento del territorio abitato da un milione e mezzo di palestinesi. Lo stato ebraico lancia poi diverse operazioni militari con l’obiettivo di far cessare i lanci di razzi. Invano.
Anzi, Hamas si va militarmente rafforzando, anche attraverso l’unico punto di sfogo possibile, il confine con l’Egitto. Mentre i lanci di razzi continuano. Hamas incrementa il suo arsenale, addestra combattenti e scava tunnel tra la Striscia e l’Egitto: lungo i 14 chilometri di frontiera si aprono centinaia di gallerie sotterranee.
Per il Cairo Gaza è fonte di grattacapi da mezzo secolo: protettore suo malgrado della turbolenta Striscia sin dai tempi di Nasser, l’Egitto vuole soprattutto evitare l’esodo in massa di palestinesi sul suo territorio, che è quel che si verifica nel gennaio dell’anno scorso, quando Israele isola la Striscia.
Per lo Stato ebraico questa guerra è già una lotta contro il tempo: la comunità internazionale ancora tituba, ma non potrà farlo per mesi; la società civile di mezzo mondo, contro l’operazione “Piombo fuso”, si va sempre piu’ mobilitando; e lo stesso gabinetto di guerra è tutt’altro che unito.
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