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13 dicembre 2007: i soldati afghani, appoggiati da britannici e americani, riconquistano, dopo cinque giorni di combattimenti contro i taleban, Musa Qala, città a nord della provincia di Helmand.
Roccaforte dei combattenti islamici, ma non solo. La provincia meridionale produce il 60% dell’oppio afghano. Armi e droga, dunque, binomio inscindibile in questa regione del mondo.
La coltura del papavero è uno dei pilastri dell’economia afghana. Nonostante le campagne contro questa coltivazione, la produzione è calata solo del 6% nel 2008. Con oltre centomila ettari coltivati, l’Afghanistan è all’origine del 90% della produzione mondiale.
Secondo l’Onu nel 2008 la produzione di oppio corrispondeva a un valore di oltre mezzo miliardo di euro, cifra che quintuplica una volta approdato sui mercati esteri.
La coltura del papavero rappresenta un terzo del PIL afghano.
Tuttavia solo il 20% degli introiti ricavati finiscono nelle mani degli agricoltori, il resto va a gonfiare le casseforti dei paradisi fiscali.
L’Afghanistan è tra i cinque paesi più poveri al mondo: insufficienza e insicurezza alimentari segnano la vita della popolazione, che quando non ne può più si rivolta, come l’anno scorso, a Jalalabad, quando ci fu un aumento dei prezzi.
Nel 2008 scorso la crescita è scesa al 3,4%, con un’inflazione al 27%. E il 42% degli afghani vive con meno di un euro al giorno.
Condizioni di vita che rendono impensabile per ora lo sradicamento della coltura del papavero, principale fonte di finanziamento per i taleban, soprattutto qui, nella provincia di Helmand.
In questo paese agricolo all’80%, in cui acqua e terra sono appannaggio di pochi, gli esperti concordano che potrà dare qualche risultato solo una strategia di sviluppo economico che tenga conto di tutto ciò, prima di arrivare alla eliminazione della coltura del papavero.
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tags: Afghanistan, Stupefacenti
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