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Un tappeto rosso e una moschea: lo scenario ideale per il festival di film musulmano Golden Minbar, il più importante nel suo genere, giunto alla quinta edizione. Siamo a Kazan, la capitale della repubblica russa del Tatarstan, un paese in cui musulmani e cristiani ortodossi vivono fianco a fianco da secoli.

Oltre 60 i film in competizione, provenienti da 67 paesi. Il Golden Minbar è il trono dorato dal quale l’Imam pronuncia i suoi discorsi ai fedeli. Quest’anno sul trono sale la regista russa Vera Glagoleva, che ha portato a casa il premio per il miglior film con il suo “One War”

“Avere ricevuto questo riconoscimentp è molto importante per noi. E’ la prova che la condivisione e l’amore uniscono l’umanità”, ha detto a caldo.

Il film che ha portato a casa più riconoscimenti in questa edizione è stato una pellicola iraniana, “A light in the Fog”, di Panabarcoda Rezae, con tre Golden Minibar per miglior regia, migliore fotografia e miglior ruolo femminile.

Ma si può parlare di filone cinematografico musulmano? Quali sono i suoi punti di riferimento? Queste le domande cui cerca di rispondere il Golden Minbar festival, come spiega Vita Ramm, critico cinematografico di Izvestia.

“Ogni regista ha il punto di vista che gli è proprio sulla questione del cinema musulmano. Il fatto interessante è che questo festival non è un seminario su temi religiosi. Si tratta di mostrare la vita della gente, e ogni persona è unica. Il panorama dei film in mostra è molto vario”.

Per esempio, il documentario che ha vinto il premio speciale del mondo islamico, “Thruth”, è una tipica storia del mondo musulmano, ma raccontata in maniera non convenzionale dal giovane regista Osama Mansour al-Kurajyi.

“Questo film narra di una famiglia belga che si trasferisce a Dubai; dopo un po la madre si converte all’Islam, e tutto cambia nella loro vita”.

Altri premi sono andati a una pellicola che gioca in casa, prodotta in Tatarstan, “Eagles”, per il miglior ruolo maschile, e a “Snow”, un film bosniaco, per la miglior sceneggiatura.

Ma il film che ha più di tutti fatto discutere è stato “For my father”, una co-produzione israelo-tedesca che racconta di un amore impossibile tra un aspirante kamikaze palestinese e una ragazza israeliana di Tel Aviv. La visione ha dato vita a un acceso dibattito in sala.

“Come regista, come artista, condivido il loro stesso sentimento nei confronti dell’occupazione israeliana”, ha detto Drohr Zahavi, regista della pellicola. “Sono contro l’occupazione israeliana e credo che la lotta del popolo palestinese sia legittima. Non credo tuttavia che la strada del terrorismo sia legittima, ma se il mio popolo fosse sotto un’occupazione, anche io lotterei contro”.

Non è un caso che il Golden Minbar Festival abbia luogo in una terra, il Tatarstan, che tradizionalmente ha adottato un atteggiamento di dialogo e tolleranza. Un festival musulmano che non sceglie di essere settario, ma di fare da ponte tra le culture.

Copyright © 2009 euronews

tags: Federazione russa, Religione

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